Che cos’è la Musica? Tra le mille risposte possibili, la Musica è anche un mezzo di comunicazione. È un linguaggio. Utilizza un sistema simbolico, un insieme di codici, regole, convenzioni, funzioni sociali che variano e si evolvono a seconda dell’epoca e del luogo in cui viene prodotta.
Come ogni linguaggio non è “universale”, ma bisogna conoscere la sua grammatica per poterlo comprendere. Certo è che la musica non si esprime a parole (se escludiamo i testi e consideriamo la parte puramente strumentale), ma con suoni, tante piccole note che compongono accordi e melodie… Potremmo quasi fantasticare di un mondo in cui sia la musica l’unico mezzo di comunicazione, d’altronde hanno già scritto di un mondo fatto solo di geometria!
Mi è tornato alla mente un vecchio film “Electric Dreams” (1984) di Steve Barron (regista di videoclip di culto come “Take on me” degli A-Ah, “Billie Jean” di Micheal Jackson, “Rough Boy” degli ZZ Top), con sceneggiatura di Rusty Lemorande e musiche di Giorgio Moroder. Una commedia fantascientifica che vede il primo “triangolo amoroso” tra un ragazzo, una ragazza e un computer. Un Cyrano de Bergerac dei nostri giorni dove protagonista è la musica!
Ho sempre amato la musica e il suo rapporto con l’uomo, non soltanto come divertimento, ma anche come mezzo di comunicazione.
Rusty Lemorande
“Ero sulla metropolitana di Chicago quando vidi un bambino che giocava con un piccolo computer parlante invece che parlare con sua madre” ricorda Lemorande. “Sono sempre stato affascinato dalla tecnologia in generale e volevo scrivere una sceneggiatura nell’era dei computer (un’era in rapido sviluppo), inserendo l’elettronica e la tecnologia del computer, esaminando in che modo l’uomo ha creato strumenti in grado di liberarlo per consentirgli una migliore comunicazione con i propri simili, e in che modo poi ha permesso che questi strumenti sortissero l’effetto opposto. Quel bambino in metropolitana mi restò impresso”.
La colonna sonora del film ha pezzi come “Karma Chameleon” e “Do You Really Want to Hurt Me” dei Culture Club, “You Can’t Hurry Love” di Phil Collins, ma soprattutto ha avuto la fortuna di avere delle musiche composte appositamente dal genio di Giorgio Moroder.
Una tra tutte è “The Duel” ed è la protagonista di una delle scene più romantiche del film. Un duetto tra la protagonista, violoncellista, mentre si sta esercitando su un brano di musica classica e il “vicino di casa”, un computer che inizia ad interagire con lei e se ne innamorerà. Ad unire questi due mondi è la musica.
Prima di lasciarvi alla visione di questa scena del film, una curiosità: la melodia portante del brano di Moroder è famosissima, l’avrete sicuramente sentita molte volte. Si tratta del Minuetto in Sol maggiore (BWV 114) erroneamente attributo da sempre a Johann Sebastian Bach, mentre recenti studi hanno confermato che la paternità va al compositore e organista tedesco Christian Petzold (1677 – 1733).
“Avvicinati dunque, glorioso Odisseo, grande vanto dei Danai, ferma la
nave, ascolta la nostra voce. Nessuno mai è passato di qui con la sua nave nera
senza ascoltare il nostro canto dolcissimo: ed è poi ritornato più lieto e più
saggio. Noi tutto sappiamo, quello che nella vostra terra troiana patirono
Argivi e Troiani per volere dei numi. Tutto sappiamo quello che avviene sulla
terra feconda”. (Odissea, XII, 184-191)
Queste sono le sole parole che l’Odissea ci tramanda relative al canto delle Sirene, altro non sappiamo su cosa effettivamente abbia ascoltato Ulisse. Tappate le orecchie dei suoi compagni con cera sciolta al sole, solo lui, stretto da grosse corde sull’albero maestro della nave, ha potuto sentire la soave voce di questi esseri marini. Ma cosa mai avranno potuto cantare queste mitologiche creature di così tanto dolcemente crudele oppure terribilmente soave da indurre in tentazione un uomo così forte nell’animo che già aveva superato ben più difficili prove?
Studiando il rapporto che il mondo greco ha con la Musica scopriamo come nel periodo arcaico dominasse una concezione della musica quale attività di tipo magico-incantatorio e la magia fosse all’epoca un estremo tentativo di controllare le forze naturali che si presentavo all’uomo. Come per molti popoli primitivi (messicani, indù, egizi e cinesi) la musica era lontana da meritare il titolo di “opera d’arte”; essa non rappresenta un fine: è invece un mezzo, una operazione magica, un atto religioso. Nella civiltà greca Orfeo è considerato un dio e tra le sue Muse vi era anche Calliope “dalla bella voce”. I primi musicisti hanno sicuramente cantato per gli dei, non per puro piacere personale, tanto che lo stesso Platone non conosce musica al di fuori della religione, voleva persino che il legislatore si impegnasse a conservare il carattere liturgico alla danza e la canto.
Canto legato al divino e alla magia dunque, difatti le Sirene sono esseri divini. Addentrandoci nel dettaglio della loro genealogia mitologica e iconografia si notano varie incongruenze, che già si palesano nell’etimologia del nome: si può far derivare dal semitico sir “canto magico” oppure da σείριος “incandescente”. Ninfe del mare, sono dette talvolta figlie di Forco, oppure di Acheloo e di Sterpe, in altri casi invece sono ritenute figlie di Tersicore, Melpomene o Calliope, per le loro virtù musicali che le avvicinano alle Muse; altre tradizioni infine le considerano figlie di Gea.
Le Sirene: esseri divini che con il loro canto seducevano (etimologicamente se-ducere “condurre a sé”) i passanti; un canto che al tempo presso i Greci era legato alla magia, all’incantesimo e all’incantare, su queste basi si può ben pensare che non fosse di poco conto il contenuto di tale musica. Ma cosa effettivamente Ulisse abbia sentito non c’è dato sapere, possiamo solamente riflettere su ciò che Omero riferisce: «noi tutto sappiamo» e poco prima «ed è poi ritornato più lieto e più saggio». Quanto meno misteriose queste parole ed è per questo comprensibile che tanto se ne sia scritto e congetturato, al punto da rendere ancora vivo questo mito nel mondo odierno.
Non è un azzardo arrivare al punto di ipotizzare che il tutto (πάντα) da loro conosciuto che avrebbe reso chi le ascoltava più saggio, sia da intendere proprio in senso lato come Tutto ciò che un uomo desidererebbe sapere (tanto da indurre in tentazione anche un eroe scaltro e saggio come Ulisse) ovvero come il Sapere più ampio che conosce tutti i misteri dell’Universo.
Universo e Musica sono legati tra loro sin dai tempi primitivi, in culture dove era presente l’idea stessa di “suono” come substrato dell’universo. Questi concetti bene sono stati esposti da Marius Schneider nel libro dal titolo La musica primitiva (Adelphi, 1992), dove ad esempio si legge che «tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione, un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione. (…) La fonte dalla quale [un dio] emana il mondo è sempre una fonte acustica». Il suono viene inteso come creatore del mondo: «nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio», è quindi la prima forza creatrice che in molte mitologie viene personificata da cantori.
Universo e Suono quindi, suono come portatore di creazione, un suono potente, divino, magico… un suono sorgente della Vita capace di racchiudere i misteri dell’Universo? L’ammaliante canto delle Sirene cosa avrà potuto svelare ad Ulisse sui misteri del mondo?
Per risolvere questo quesito si può ricorrere alle filosofe orientali che su questo fondano la loro religione: l’uomo può trovare le risposte solamente dentro di sé. In nessun modo il mistero dell’esistenza può essere svelato, lo si deve comprendere maturando la conoscenza del Sé. A tal proposito si può citare una frase di Buddha che sembra descrivere ottimamente la μήτις che nell’Odissea scalza il κλέος al cui raggiungimento ha invece dedicato la sua breve vita Achille: “Fra chi vince in battaglia mille volte mille nemici e chi soltanto vince se stesso, costui è il migliore dei vincitori di ogni battaglia”. E sulla tenacia che caratterizza Ulisse, il quale mai ha desistito dal raggiungere la sua meta e a molti affanni ha resistito, si può trovare un parallelo in un insegnamento di Gandhi: “Chi non controlla i propri sensi è come chi naviga su un vascello senza timone e che quindi è destinato a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio”.
Le Sirene tacciono, lasciano spazio all’introspezione, lasciano alla mente dell’uomo il compito di sciogliere i dubbi che lo attanagliano e trovare in sé la forza di proseguire il suo viaggio. Come scrive Giovanni Pascoli nella poesia “L’ultimo viaggio di Ulisse”, le Sirene sono scogli silenziosi, come dura è la roccia così è difficile scavare nel proprio animo. D’altronde chiaro era il motto Γνῶθι Σεαυτόν (conosci te stesso) scritto sulla pietra del tempio dell’Oracolo di Delfi che per intero recitava: “Uomo conosci te stesso, e conoscerai l’universo e gli dei”. Cosa se non questo potevano urlare nel loro silenzio le Sirene? Silenzio che alle volte assorda, silenzio che indaga, silenzio che può anche far paura.
In conclusione è così che vedo il mio Ulisse: un uomo qualsiasi, non un bellissimo eroe, ma, come lo descrive Polifemo, «un essere piccolo, debole, un uomo da nulla» che non ha compiuto un viaggio verso la salvezza dell’anima, un viaggio iniziatico oppure uno interiore, ma il “semplice” viaggio della vita, con tutto quello che questa affermazione sottintende. Ha chiuso il suo cerchio partendo da Itaca e giungendo a Itaca: fermo nella sua meta, senza mai cambiarla, alla fine l’ha raggiunta. Ha perso la sua identità, è diventato un “nessuno” qualsiasi, ha vissuto mille tentazioni tra le quali raggiungere l’immoralità, ma è riuscito a capire chi era: Ulisse, il re di Itaca. Non era un eroe di battaglia come Achille e non è morto nella gloriosa Guerra di Troia; non era un dio e non ha vissuto da immortale con la splendida Calipso o nella paradisiaca terra dei Feaci.
Lui era Ulisse e come Ulisse è ritornato, ha raggiunto la sua terra e i suoi affetti. Ha pianto, ha sofferto, ha lottato contro mostri, ha visto morire tutti i compagni, si è scagliato contro rocce in balia di mille tempeste, è rimasto nudo e solo, eppure non ha mai ceduto. E lui il canto delle Sirene lo ha ascoltato.
Siamo nella settimana di Halloween e anche Musicologica si tinge di orrorifiche sonorità. La Musica può far paura? Sì, lo sappiamo, sicuramente ci è successo. La Musica è una delle arti che più ha la capacità di provocare emozioni: dalla gioia alla malinconia, dalla commozione alla tristezza. Come ci riesce?
La risposta più semplice è perché associamo alcune musiche a momenti per noi significativi e riascoltarle rievoca in noi quei ricordi e quelle emozioni. Ci sono però casi in cui una melodia provoca istantaneamente delle emozioni già dal primo ascolto, la stessa emozione in persone diverse con background diversi.
Ad esempio, è quello che succede per le musiche dei film horror: melodie che abbinate alle immagini, ma anche solo ascoltate, suggeriscono all’istante in tutti noi qualcosa di “strano”, pauroso. Qui entrano in campo due grandi (enormi) temi: la Musica per Film e la Psicologia delle emozioni.
Della Musica per Film sicuramente vi parlerò ancora e in modo più approfondito, per ora mi limito alla considerazione per cui la funzione principale della musica che accompagna il film è quella di riflettere nella mente dell’ascoltatore il clima della scena e suscitare più rapidamente e intensamente nello spettatore il susseguirsi delle emozioni della storia narrata nel film.
La storia della Musica per Film è costellata di colonne sonore che hanno contribuito a rendere ancora più agghiaccianti gli horror: dal brano “Tubular Bells” di Mike Oldfield, tema principale della colonna sonora de “L’Esorcista”, a “The Shining” per l’omonimo film di Kubrick o la musica che precedeva e accompagnava l’attacco marino de “Lo squalo”. Musiche cupissime, inquietanti, che solo a risentirle fanno venire in mente attimi da brivido.
Come si suscitano le emozioni? Studi di Psicologia hanno raccolto dati e formulato teorie individuando le emozioni come esperienze complesse, causate da eventi scatenanti che comportano delle modificazioni fisiologiche; comportamenti espressivi sia involontari che intenzionali, comuni a tutti gli uomini.
La paura, ad esempio, è l’emozione che si prova come reazione al pericolo, che sia fisico o immaginato. Ci si sono anche paure innate dovute a stimoli fisici intensi (dolore o rumore); oggetti, persone nuove o eventi inaspettati; situazioni di pericolo (precipizio, buio, solitudine); altri esseri animati che si dimostrano aggressivi. Quando proviamo paura ci sentiamo allarmati, il nostro corpo si tende, il viso impallidisce, gli occhi si dilatano.
L’autore della colonna sonora del film “Psycho” (quel famosissimo “zin zin zin” che viene subito alla mente) è Bernard Herrmann. Curiosità: sempre sua è la musica che fischietta l’infermiera nella celebre scena di “Kill Bill vol. 1”. Una citazione di Tarantino alla colonna sonora del thriller psicologico “Twisted Nerve” (Nervi a pezzi) del 1968.
Come riesce una musica a far suscitare la paura? Potrà risultare difficile o quantomeno strano a chi non è musicista, ma l’effetto empatico tipico della musica horror è determinato da una serie di tecniche di composizione come particolari successioni armoniche e melodiche, strutturali e ritmiche. Dei modelli consolidati che riescono a suscitare disagio e tensione, ancor più amplificate se abbinate a particolari immagini.
Una di queste “tecniche” e punto di partenza per la composizione di un brano è la scelta della tonalità e di norma la musica horror è strutturata su tonalità minori. Nella grammatica musicale la tonalità è un sistema di principi armonici e melodici che ordinano le note e gli accordi (più note suonate insieme) in una gerarchia di tensioni ed equilibri. Ad esempio, si può scegliere di costruire una melodia a partire dalla scala di La Maggiore oppure di La Minore. Le note della scala e gli accordi costruiti su di esse dovranno poi obbedire a delle leggi che li pongono necessariamente in relazione rispetto alla tonica (la nota che definisce la tonalità di una scala o di un brano musicale, attorno alla quale tutte le altre gravitano).
Questa è una scelta fondamentale che compie il musicista nel momento in cui inizia a comporre perché determinerà il carattere del brano, le emozioni che trasmetterà e l’umore che lascerà in chi ascolta. Un po’ come la scelta che compie un pittore quando decide quale colore utilizzare.
Una scelta fondamentale perché il nostro orecchio trova più allegre e spensierate le melodie strutturate su accordi e tonalità maggiori, più malinconiche in tonalità minori. Questo per rapporti di consonanza o dissonanza tra le note e gli accordi con cui vengono poi costruite le melodie musicali che risulteranno più o meno gradevoli all’ascolto. Non è semplice spiegarlo, dovrei entrare in tecnicismi di Armonia, vi lascio l’ascolto di esempi pratici.
Qui trovate tra le più famose colonne sonore di film horror suonate in Maggiore. Vi risulteranno molto meno paurose e alcune anche divertenti.
Al contrario, sentite come diventa “Happy Birthday” in tonalità minore. Un compleanno decisamente triste!
Si può arrivare anche all’assurdo di una “Smells Like Teen Spirit” in tonalità maggiore che fa sembrare quasi allegro anche Kurt Cobain. Vi avviso: cliccate “play” a vostro rischio e pericolo, è più paurosa di qualsiasi cosa vi sia successa ieri nella notte di Halloween!
“La musica fa viaggiare senza partire” cantavano i Litfiba tanti anni fa e sappiamo quanto sia vero. Ci può portare in mondi lontani, immaginati, sognati e può anche far viaggiare nel tempo come raccontavo qui. A livello pratico e meno romantico, la musica è un’ottima compagna di viaggio, specialmente macinando chilometri in autostrada da soli o in compagnia.
Sul rapporto musica/viaggio c’è anche un punto di vista da una prospettiva completamente diversa: la musica come scopo del viaggio. Decidere di andare in vacanza in un determinato luogo spinti principalmente da un motivo legato alla musica, magari per assistere ad un concerto.
Vi è mai capitato? Oggi è un caso di studio, un fenomeno chiamato“turismo musicale” – segmento importante del più ampio turismo culturale – ancora poco analizzato sia in Italia che all’estero dove solo recentemente diversi studi di settore stanno dando informazioni importanti in termini di flussi e di economie generate a livello locale dall’offerta musicale.
A fine 2018 è stato pubblicato il primo studio sul rapporto musica e turismo promosso dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) titolato “Music is the New Gastronomy”. Analizza le strategie di vendita e promozione di molti eventi musicali internazionali e posiziona la Musica come una delle più grandi risorse turistiche su cui puntare nel prossimo futuro.
La Musica viene vista come attrattiva turistica al pari dell’Enogastronomia, tema centrale su cui si sono focalizzate in questi ultimi anni moltissime strategie di marketing territoriale. (Il testo si può scaricare gratuitamente qui)
La Musica è una delle più grandi spinte motivazionali al turismo. Che sia ad un concerto o su disco, ascoltare musica è celebrare la ricchezza delle diverse culture che ci sono al mondo e i suoi talenti, promuove il dialogo interculturale ed incoraggia il cambiamento.
Julian Guerrero, Vice-President of Tourism, ProColombia in “Music is the new Gastronomy”
Anche in Italia si sta studiando questo nuovo tipo di domanda turistica, potenziale e prezioso volano per l’economia, che spesso non trova ancora un adeguato riconoscimento nell’offerta. Nel 2018 ha preso avvio il progetto “Note in Viaggio. Itinerari formativi esperienziali per valorizzare l’offerta musicale del Veneto” ed è stato pubblicato il “Primo Rapporto sul Turismo Musicale in Italia e in Veneto” (si può leggere qui).
L’offerta musicale del territorio italiano – in questo studio intesa limitatamente alle rassegne di musica classica e operistica – è vista come un’attrazione per i turisti. Molti territori italiani e veneti, anche quelli più decentrati rispetto ai grandi flussi del turismo, vantano eventi e attività musicali di grande richiamo, spesso inseriti in contesti di interesse storico-artistico che ne amplificano il potenziale attrattivo. Come Pesaro con il Rossini Opera Festival, Parma e Busseto con il Festival Verdi, Lucca e Torre del Lago con il Festival Puccini.
Uscendo da contesti classici, si può pensare ad esempio alla Notte della Taranta: il più grande festival d’Italia e una delle più significative manifestazioni sulla cultura popolare in Europa che attira oltre 200.000 spettatori l’anno. Come anche i grandi concerti, eventi che specialmente in estate spostano grandi masse di fan su e giù per lo stivale e non solo: in molti seguono il proprio gruppo o artista preferito in tour e si organizzano le vacanze all’estero visitando città dopo città, concerto dopo concerto.
Come i Beatles sono da sempre un’ottima scusa per una tappa a Liverpool, gli U2 per organizzare un giro in Irlanda, lo Sziget Festival per un weekend a Budapest e il Blues per un viaggio on the road da Chicago a New Orleans.
Viaggi di questo tipo in realtà non sono una novità – lo è per il marketing territoriale che vi si sta approcciando adesso – e si possono trovare molti suggerimenti nel Web (spesso scritti da fan che ci sono già stati) come proposte di agenzie turistiche. Molto originali sono “Le guide rock” edite da Arcana: delle vere e proprie guide turistiche di Londra, Berlino, Amsterdam, Madrid, Barcellona e New York pensate interamente dal punto di vista musicale.
“La musica è il linguaggio magico del sentimento” è una definizione che mi è sempre piaciuta, a discapito dei freddi rapporti artificiosi dell’armonia. Musica e regole matematiche sembrano due mondi lontanissimi, invece studiando la teoria musicale si scopre come tutto segua delle regole precise. Nel Medioevo, ad esempio, la Musica (“ars musica”) veniva insegnata nel Quadrivio insieme alle discipline attribuite alla sfera matematica(Aritmetica, Geometria, Astronomia); è solo con l’età moderna che la sua parte emotiva ha guadagnato terreno.
Aspetto teorico e aspetto emotivo (almeno nella cultura musicale occidentale) sono due facce della stessa medaglia che vanno a completarsi l’un l’altra. Prendendo a prestito la filosofia di Eraclito: l’opposto concorde e dai discordi bellissima armonia.
Ascoltare una bella melodia e pensare che risponda a specifici rapporti matematici ha un fascino misterioso studiato da una branca della Fisica: l’acustica. È la scienza teorica e sperimentale del suono che studia i fenomeni relativi alla produzione e propagazione delle onde sonore, le leggi che regolano la vibrazione dei corpi, la loro applicazione nella teoria musicale e negli strumenti, la ricezione del suono etc.
Il suono si muove nello spazio sotto forma di vibrazioni e si propaga per onde sferiche in modo uniforme in tutte le direzioni decrescendo man mano che aumenta la distanza (il classico esempio del sasso gettato nello stagno che crea tutta una serie di onde concentriche). Sono lontani ricordi di scuola e ora non vorrei dilungarmi in formule e diagrammi. Analizzare i rapporti con cui le discipline acustiche della Matematica e della Fisica indagano la Musica non chiarisce nulla del suo pathos, ma possono realizzare una magia: far “vedere” la musica e cosa può fare una musica.
Se si prende una lastra metallica cosparsa di sabbia finissima, la si collega ad un altoparlante e si fa partire una musica guardate cosa succede: al variare delle frequenze i granelli si spostano sulla lastra creando geometrie perfette. Sembrano dei bellissimi mandala.
L’esperimento, conosciuto come “lastre di Chladni”, prende il nome dal musicista e fisico tedesco Ernst Chladni che iniziò a studiare questi fenomeni di acustica già alla fine del 1700. Lo studio venne poi ripreso dal medico svizzero Hans Jenny nel 1967 che ne coniò anche il nome: “cimatica” (dal greco kyma “onda”) che significa “studio riguardante le onde”.
La cimatica è un portale sul mondo invisibile del suono.
Ascoltare una musica crea emozione, suggestione, può trasportare in mondi immaginari meravigliosi grazie alla fantasia e alla sensibilità di chi ascolta. Nel caso di questi esperimenti invece la spiegazione è scientifica, ma non meno affascinante e misteriosa. D’altronde lo aveva già detto Pitagora: “la geometria delle forme è musica solidificata”.
La cimatica ha ispirato anche il musicista neozelandeseNigel Stanford che ha realizzato una serie di esperimenti facendo interagire la musica con diversi materiali: acqua, fuoco, sabbia e anche le bobine di Tesla. Il risultato è un video da 28 milioni di visualizzazioni. Impressionante, affascinante.
Cosa può fare una musica? Ascoltate Guardate:
Se questi esperimenti di Cimatica vi hanno incuriosito, consiglio di visitare anche il suo sito ufficiale https://nigelstanford.com/Cymatics/ per curiosare nei “dietro le quinte” e scoprire tutto quello che la musica può fare!
La risposta è sì. E ve la argomento prendendo spunto da un libro illuminante, non di semplice lettura, ma che vi consiglio caldamente: “La mente musicale” di John A. Sloboda. Si tratta di psicologia cognitiva applicata alla musica che suona complicato e forse poco attraente, ma se dicessi che risponde a domande come: perché la musica è un’espressione così diffusa in tante culture diverse? Perché è capace di suscitare emozioni così profonde?
Il motivo più semplice per cui la maggior parte delle persone ascolta una musica è perché suscita emozioni. Può provocare gioia, rabbia, sollievo, appagamento, puro godimento estetico… Per dirla con le parole di Sloboda: la Musica ha la capacità di elevare il livello della nostra vita emotiva. Ci riesce perché:
La mente umana attribuisce ai suoni un significato per cui la Musica diventa un simbolo per qualcosa che va al di là del puro suono.
John Sloboda
Certo, la Musica non è fondamentale per la vita pratica dell’uomo: la sua assenza non causa un danno alla salute, come ad esempio accade per la mancanza di sonno. Non si tratta nemmeno di restare senza cibo o senza acqua, ma fa parte di quelle attività vitali, non per il singolo, ma per la specie.Sapete che non esistono culture senza musica?
La cultura moderna ha esagerato nell’alimentare il bisogno quasi fisico della Musica che oggi ritroviamo ovunque e dovunque, tanto che ormai il termine “inquinamento musicale” non è una novità. È agli albori, nelle culture primitive che ritroviamo l’essenza del suo valore sul piano della sopravvivenza: le canzoni, i discorsi e le poesie organizzate ritmicamente sono ilmezzo di trasmissione più importante delle culture non alfabetizzate. Grazie alla Musica le persone possono esprimersi ed esprimere le loro conoscenze e tessere relazioni sociali.
Oggi la società è cambiata e abbiamo ben altri supporti mnemonici e mezzi di coesione sociale, l’evoluzione non ha aiutato a prendere consapevolezza dell’importanza della Musica razionalmente ed è diventata una presenza “naturale”. È quindi importante ricordare che i nostri istinti per la Musica sono radicati nell’infanzia dell’umanità: le forme musicali che erano disponibili tra gli uomini primitivi (tramite l’uso della voce e del corpo) esercitano un’influenza primaria inevitabile.
La musica è una risorsa umana fondamentale, che ha giocato, e probabilmente continuerà a giocare, un ruolo vitale per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’umanità.
John Sloboda
La Musica è un importante sussidio mnemonico per gli esseri umani; può servire per un’ampia gamma di esperienze trascendenti ed estetiche; essere semplice godimento o potente mezzo di coesione sociale.
Conclude Sloboda: «Con tutti i
risultati che ha ottenuto, la nostra società occidentale ha comunque in sé un
notevole livello di precarietà. È sin troppo facile costruire degli scenari che
comprendono la distruzione dei delicati equilibri che conservano le nostre
strutture sociali, così complesse.
In tali situazioni, quelli tra di noi che saranno sopravvissuti si troveranno in una società nella quale gli artefatti di quella nostra saranno in larga misura scomparsi. Ancora una volta, saranno soprattutto le risorse che saremo stati in grado di portarci con noi, nelle nostre teste, a formare la base principale dei nostri tentativi per sopravvivere. Le canzoni e le poesie diventerebbero degli strumenti vitali per la memoria collettiva e per la coesione sociale, per costruire una società nuova, e le abilità musicali diventerebbero degli strumenti di sopravvivenza».
Non è più solo fantascienza, aveva ragione Interstellar: i viaggi nello spazio-tempo sono possibili. Ma non sto parlando di wormhole e altri complicati esperimenti da laboratorio, è tutto molto più semplice e lo facciamo sempre da sempre, senza accorgercene. La Musica è una macchina del tempo! È uno dei suoi superpoteri o una delle sue magie.
Le prime note di una melodia posso portarci all’istante in un luogo lontano nel tempo e nello spazio. Può succedere, ad esempio, di ascoltare distrattamente qualcosa alla radio e ritrovarsi all’improvviso ad una festa dei tempi del liceo, a ridere con un vecchio amico, a vivere un amore. Cambiano i colori, i vestiti, i profumi… siamo altrove. Quando la musica finisce e ci ritroviamo qui e ora, non può essere passato solo il tempo di quella canzone, abbiamo la sensazione di aver vissuto più di quei 3 minuti d’orologio. Abbiamo viaggiato nel tempo? Cos’è successo?
Una risposta affascinante e suggestiva l’ho trovata in questo dialogo tra Stefano Bollani e Igor Sibaldi, si parlava di alieni e di che effetto farebbe la musica ad un extra-terrestre in visita sulla Terra.
Dialoghi tra Alieni con Stefano Bollani, Mauro Biglino, Anne Givaudan, Igor Sibaldi
Dice Sibaldi: «Penso che un alieno sarebbe molto colpito da come la musica modifica la percezione del tempo. Probabilmente il mio alieno ideale avrebbe una percezione del tempo migliore della nostra. Noi abbiamo un’idea del tempo molto discreta, molto suddivisa, e pensiamo che esista un altro tempo, l’eternità, che è solo un assurdo prolungamento del nostro tempo in cui l’orologio andrà avanti per sempre… una noia tremenda!
Invece “eternità” da sempre è un “non tempo” in cui entriamo ogni volta che sentiamo una musica che ci piace moltissimo, anche una canzone. Noi sentiamo una canzone che dura 2 minuti e 28 secondi, quando è finita e vediamo che è durata 2 minuti e 28 secondi questa informazione non ci dice niente. Non era “2 minuti e 28 secondi”, era un altro tempo che invece di procedere sulla linea retta, si allargava.
Immagino che l’alieno, il mio alieno ideale, direbbe: “Ah, guarda! Hanno capito anche loro che esistono altri tempi. Che c’è anche un tempo che si allarga e si contrae. Bravi uomini che se ne sono accorti!».
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