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Il giorno in cui la musica morì

“Bye, bye Miss American Pie, drove my Chevy to the levee but the levee was dry…” se la canticchiamo molto probabilmente è grazie alla cover che ne fece Madonna nel 2000. La sua “American Pie” è stata un successo, colonna sonora del film di John Schlesinger “Sai che c’è di nuovo?” (The Next Best Thing) dove recitava come protagonista insieme a Rupert Everett.

Nell’iconico videoclip Madonna in jeans patchwork, canotta e coroncina da reginetta, balla il mito americano. Alle sue spalle un’enorme bandiera degli Stati Uniti e una carrellata di simboli ed immagini che celebrano il suo Paese.

Madonna – “American Pie” (2000)


La storia di “American Pie” inizia il 3 febbraio 1959, il giorno in cui tre vere e proprie icone del Rock’n’Roll persero la vita in un terribile incidente aereo. Erano Buddy Holly, J. P. “The Big Bopper” Richardson e Ritchie Valens (rispettivamente di 22, 28 e 17 anni) insieme al pilota Roger Peterson, solo ventunenne e purtroppo inesperto.

Viaggiavano insieme per il tour “White Dance Party” che prevedeva 24 concerti in 24 città diverse tra il 23 gennaio e il 15 febbraio. Gli spostamenti erano lunghi, snervanti, il tour non era stato organizzato nel migliore dei modi. Viaggiavano su un pullman scassato che si rompeva spesso costringendoli a lunghe attese per le riparazioni, al gelo sul ciglio della strada.

Il 2 febbraio erano a Clear Lake in Iowa, il giorno dopo avevano un concerto in Minnesota e quello successivo sarebbero dovuti tornare a suonare in Iowa. Buddy Holly non ce la faceva più, decise di noleggiare un piccolo aereo per rendere più veloce e semplice quell’ennesimo spostamento. Qui entra in gioco il destino: non ci stavano tutti, chi sale sull’aereo e chi sul pullman? Le versioni non coincidono: c’è chi racconta che Richardson chiese di poter salire in aereo perché malato e che Valens vinse il posto a testa e croce con il chitarrista di Buddy Holly, altri dicono che fosse già tutto deciso così. Nevicava, la visibilità era molto bassa, il pilota era inesperto e non era stato ben informato delle condizioni meteo. Il piccolo aereo precipitò quasi subito, lo trovarono a pochi chilometri dal punto della partenza.


La notizia causò un grande shock negli Stati Uniti, anche se giovanissimi i tre erano già delle star del Rock’n’Roll. Buddy Holly era in televisione da quando aveva 16 anni, aveva aperto i concerti di Elvis Presley, i suoi occhiali con la montatura spessa erano (e sono ancora) un’icona e con la sua Fender Stratocaster aveva inventato uno stile che prima non c’era, la sua hit più famosa: “Peggy Sue”. Ritchie Valens era il più giovane, il suo stile mescolava il Rock’n’Roll con la musica Latina, sua è una delle canzoni più famose degli anni ’50 “La Bamba”. E poi c’era Richardson, texano come Buddy Holly, che aveva sbancato con la sua “Chantilly Lace”.

Questo triste incidente in America è ricordato come “Il giorno in cui la musica morì”, espressione presa da un verso (The day the music died) della celebre canzone “American Pie” di Don McLean uscita molto più tardi, nel 1971. Nel 1959 McLean aveva 13 anni e si guadagnava qualche soldo consegnando i giornali e la notizia la apprese proprio così: campeggiava su tutte le prime pagine di quelle pile di giornali da consegnare.

Don McLean – “American Pie” (copertina)

Quell’incidente fu una vera e propria tragedia mai dimenticata per il ragazzino Don McLean che si tradusse in musica molti anni dopo. “American Pie” fu pubblicata nel 1971 nell’omonimo album e nel retro copertina si legge la scritta “Dedicated to Buddy Holly”. Dura 8 minuti e mezzo e raggiunse la prima posizione nelle classifiche Billboard Hot 100 per quattro settimane diventando una pietra miliare della musica leggera americana.

Volvevo scrivere una grande canzone sull’America e sulla politica, ma volevo farlo in un modo diverso. Mentre stavo suonando, ho iniziato a cantare qualcosa sull’incidente di Buddy Holly, che faceva così: “Long, long time ago, I can still remember how that music used to make me smile” (Molto, molto tempo fa, riesco ancora a ricordare come quella musica mi faceva sorridere). Ho pensato “Wow!” e poi “The day the music died” è venuta così, di conseguenza e ho pensato fosse una bella idea.

Don McLean

Il testo della canzone è molto lungo e negli anni è stato interpretato in molti e diversi modi. “American Pie” prende quel terribile incidente come metafora della perdita dell’innocenza della generazione che aveva assistito alla nascita del Rock’n’Roll negli anni ’50 e si avviava verso periodi più oscuri sia nella musica sia nella politica.

Una spiegazione l’ha poi data Don McLean nel suo sito web: «Sono molto orgoglioso della canzone. È di natura biografica e non credo che nessuno l’abbia mai capito. La canzone inizia con i miei ricordi della morte di Buddy Holly, ma continua a descrivendo l’America mentre la vedevo e come stavo immaginando che potesse diventare. Quindi è in parte realtà e in parte fantasia, come quando sogni qualcosa che cambia in qualcos’altro ed è illogico quando ci ripensi al mattino, ma quando stai sognando sembra perfettamente logico. (…) Ecco perché non ho mai analizzato i testi delle canzoni. Sono al di là dell’analisi. Sono poesie».


Tanto tanto tempo fa / Ricordo come quella musica mi facesse sorridere 
E sapevo che se avessi avuto la mia occasione / Avrei fatto ballare quella gente 
E forse sarebbero stati felici per un po’.
Ma febbraio mi faceva venire i brividi / Ogni volta che consegnavo i giornali  
Lasciavo brutte notizie davanti alla porta / Non potevo andare avanti così.
Non ricordo se ho pianto / Quando ho letto della sua sposa rimasta vedova  
Ma qualcosa mi ha toccato nel profondo / Il giorno in cui la musica morì.


Grazie al successo ottenuto con “American Pie” Don McLean divenne famoso molto velocemente e questo lo porterà a vivere anche un periodo di depressione. “American Pie” è un successo ancora oggi e sono stati moltissimi negli anni i musicisti che si sono cimentati in cover ed interpretazioni, tra cui la famosissima versione di Madonna che così commenta McLean:

«Madonna è un colosso dell’industria musicale e sarà anche un’importante figura nella storia della musica. È una brava cantante, una brava cantautrice e produttrice discografica, e ha il potere di garantire il successo a qualsiasi canzone che sceglie di registrare. È un regalo per lei aver registrato “American Pie”. Ho sentito la sua versione e penso che sia sensuale e mistica. Penso che abbia scelto di cantare i versi per lei più autobiografici che riflettono la sua carriera e la sua storia personale. Spero che la gente si chieda cosa sta succedendo alla musica in America. Ho ricevuto molti doni da Dio, ma questa è la prima volta che ricevo un dono da una dea» .

Don McLean – “American Pie” (live alla BBC, 1972)
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Prima di Young Signorino e Junior Cally c’erano i Beatles

Cinture ben allacciate, ci lanciamo in un salto (nel vuoto) temporale un po’ azzardato: dal 1968 con “O-bla-di o-bla-da life goes on brahhh” dei Beatles al 2019 con “Alfa-Alfa-Alfabeto rappapappapappapà” di Young Signorino. È un paragone così blasfemo? Forse sì, ma c’è sempre un senso “anche se un senso non ce l’ha”, citando Vasco che nel senso del non senso cade in piedi.

La Musica non è sempre abbinata alle parole, pensiamo semplicemente a tutta la Classica sinfonica, ma la musica Leggera vede nella canzone la sua forma musicale più diffusa. Un’unione di musica e parole nel classico susseguirsi di strofa e ritornello, con eventuali aggiunte come incisi, assoli, bridge, intro e outro. Un connubio estremamente efficace sul piano comunicativo, che rende possibile la trasmissione di significati in maniera semplice e diretta.

Un momento cardine per l’evoluzione della canzone è avvenuto tra gli anni ’50 e ’60, quando non viene più vissuta solo come un evento musicale, ma comincia a diventare un fenomeno culturale di massa: in un concentrato di 3 minuti di parole e musica vengono racchiusi ideali, ansie ed emozioni di una generazione. Per la prima volta i giovani iniziarono ad affidare alle canzoni i loro messaggi. La svolta maggiore arrivò con il Rock’n’Roll. Ritmi scatenati, movenze provocanti, dissacranti, provocatorie e modalità espressive come urla, gemiti e sospiri. Il Rock riporta la musica alla sua parte più ancestrale e primitiva, reintroducendo l’elemento dionisiaco che la tradizione occidentale aveva represso e inibito.

Tutto questo in linea col quel periodo storico così ricco di cambiamenti e passioni. Sono canzoni dirette, senza mezze misure, esempio di quell’irrefrenabile voglia di gridare la propria libertà: un parallelo in musica di quell’epocale cambiamento generazione in atto. Partendo banalmente da Chuck Berry, Elvis, Beatles, Rolling Stones, ai Doors, Led Zeppelin, The Who con “My generation”… Un elenco lunghissimo che andrebbe a raccontare la storia del Rock.

Tra gli outsiders voglio ricordare “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, una apparente dolce ballata sussurrata, ma dal testo che poco lascia all’immaginazione e che provocò uno spropositato scandalo nell’estate del 1969.

Serge Gainsbourg e Jane Birkin – “Je t’aime… moi non plus” (1969)


Un altro passo nell’evoluzione della canzone: il confine tra “cantato” e “parlato” divenne sempre più labile e da oltreoceano arrivò anche in Italia. Un’Italia anni ’60 aperta ai momenti trasgressivi dell’avanspettacolo e alla satira da cabaret. Ecco che troviamo Fred Buscaglione con “Eri piccola così” e Paolo Conte con “Vieni via con me”: due canzoni che reggono tutte sull’interpretazione di due simpatiche canaglie dall’espressività unica. Intonazione e inflessione del suono uniche, come per Lucio Dalla che nelle sue improvvisazioni ritmico-melodiche ha creato uno stile indistinguibile che scandisce nelle sue canzoni i momenti di maggior coinvolgimento emotivo.

Restando nel giocoso non si può non citare “Supercalifragilistichespiralidoso” dell’iconica Mary Poppins, e per tornare al pop italiano “Prisencolinensinainciusol” di Adriano Celentano, una delle stramberie del Molleggiato (difficilissimo scioglilingua che giocava sull’assonanza con la lingua inglese), un “rap ante litteram” come affermerà poi Celentano nel 1994. Tra il parlato e il giocoso troviamo anche l’intramontabile Mina con, ad esempio, “Ma che bontà” (1977) e “Le mille bolle blu” dove si ha un trionfo dell’onomatopea con quel “bllll”, effetto vocale che richiama il rumore delle bolle di sapone.

Per arrivare ai lustrini e alle paillettes degli anni ‘80 con il testo nonsense di “Cicale” di Heater Parisi, sigla della trasmissione televisiva di Rai1 “Fantastico 2” (1981), alle provocazioni di Vasco Rossi con “Bollicine” (Coca cola chi vespa mangia le mele / Coca cola chi non vespa più e mangia le pere) e “Lamette” di Miss Rettore (“Dammi una lametta che mi taglio le vene”) fino alla voce dei giovani degli anni Zero con “Wale (Tanto Wale)” dei dARI.

Vasco Rossi – “Bollicine” (live 1987)

Riassumendo per grandi salti, la canzone nella sua unione di musica e parole è sempre stata un potente mezzo di comunicazione, a cui le giovani generazioni hanno affidato i propri messaggi, partendo dagli anni più rivoluzionari che hanno portato a trasgredire le regole del classico “bel canto” a volte urlando, a volte sussurrando, a volte parlando.

Ecco che dal Rock’n’Roll arriviamo all’Hip Hop e al rapping, fenomeno socialmente e culturalmente noto per essere una musica che si basa quasi esclusivamente sul messaggio contenuto nei suoi testi, più parlati che cantati su basi strumentali. Testi che esaltano gli aspetti ritmici delle singole parole, con un linguaggio musicale essenziale, privo di fronzoli, diretto e ripetitivo. Quasi un estremismo di quella rivoluzione iniziata negli anni ’60, un vero e proprio movimento culturale urbano nato già negli anni ’70 sulle strade di sobborghi multiculturali americani, come il Bronx, dove i giovani hanno trovato ancora una volta nella musica un mezzo per esprimere la propria identità e creare un’identità globale in cui riconoscersi.

Oggi questo genere musicale ha conquistato tutto il mondo, generando un imponente fenomeno commerciale e sociale, rivoluzionando il mondo della musica, della danza, dell’abbigliamento e del design. Una sua evoluzione è il tanto discusso Trap (finalmente ci siamo arrivati!), il genere del momento, quello in cui si rispecchiano i giovani di oggi.

A che punto dell’evoluzione siamo? Siamo nei sobborghi di Atlanta negli anni ’90, nelle “trap house” le case dove si preparava e si spacciava droga e dove molti giovani sono finiti “in trappola”. Si comincia quindi a cantare di un mondo di droga e soldi, il beat rispetto al Rap è più spinto, fatto su basi elettroniche, sintetiche, con molto autotune sul cantato. Dal 2010 la Trap ha cominciato a perdere l’animo più sotterraneo e controculturale della scena Rap, approdando al mainstream e ponendo fine a tutti i discorsi sul desiderio di riscatto dalla trappola.

Proprio nel 2010 le prime influenze sono arrivate anche in Italia, fino ad esplodere come vero fenomeno nel 2015 con il successo del trapper Sfera Ebbasta e poi la Dark Polo Gang, Ghali, Achille Lauro (per citarne alcuni) e arrivare alla fine del nostro salto nel vuoto con Young Signorino che nel 2018 è stata la pietra dello scandalo con la sua più che criticatissima “Mmh Ha Ha Ha” dal testo nonsense mentre il 2020 inizia con la polemica di Junior Cally a Sanremo.

Siamo come sempre davanti alla fotografia di una generazione. Una musica di origine afroamericana, nata nei sobborghi delle metropoli degli Stati Uniti che celebra stili di vita marginali: non è una storia già sentita?

Molti definiscono la Trap come “la colonna sonora perfetta per le stories di Instagram”, dura 24 ore e poi scompare. È la colonna sonora di una generazione dominata dai rapporti virtuali in un’epoca piatta. Sono giovani che parlano ai giovani utilizzando il linguaggio che usano abitualmente: grammatica da social network, chat di WhatsApp e serie tv.

Era da tempo che nella storia della musica non si aveva a che fare con un fenomeno di così grande portata, dirompente, forte, così forte da diventare popolarissimo e criticatissimo.

Tutti ne parlano. È la nuova “cattiva musica” da insultare, un po’ come è stato anche per il Rock’n’Roll ai tempi di Elvis. Lo hanno già ricordato in tantissimi: di esempi negativi la storia della musica è piena e non ne sono esenti nemmeno gli intoccabili Beatles. La storia del gusto procede in un continuo ciclo di trasgressione delle convenzioni della stagione precedente, riassorbimento e normalizzazione.

A difesa del passato si può dire che la Trap è una musica prodotta volutamente male, cantata volutamente male, senza ricercatezza, senza un messaggio per cui lottare (penso, ad esempio, al Punk). Il problema non è la Trap, non ha inventato nulla.

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La nascita del repertorio: dalle orchestre di musica classica alle cover band


Vi è mai capitato di sentire qualcuno dire: “Domani sera vado al concerto dei Pink Floyd” (oppure dei Queen, dei Led Zeppelin…) Quando mi succede rimango sempre un attimo perplessa: c’è la reunion e non lo so? È risorto qualcuno? Poi realizzo: la Tribute Band! D’altronde perché scandalizzarsi? Anche le orchestre di musica Classica alla fine non sono altro che delle patinatissime cover band… o no?

Riassumendo l’annosa diatriba “musica originale vs cover band” si arriva ad un paradosso del genere. Ormai le cover/tribute band che omaggiano i grandi della musica Pop e Rock sono sempre di più, anzi quasi la totalità dei gruppi che si esibiscono nei piccoli locali e club; ultimamente anche nei grandi teatri e festival, rientrando in cartellone accanto alle grandi star internazionali.


Quando è cominciato tutto? Nel corso della storia della Musica non è sempre esistito il concetto di “repertorio”, ovvero i grandi capolavori e musicisti immortali da conoscere, studiare e trasmettere a tutte le successive generazioni. La nostra posizione di ascoltatori oggi è molto diversa rispetto a quella di chi è vissuto secoli fa. Può sembrare strano, ma in passato il pubblico ascoltava i compositori della generazione presente e i musicisti studiavano al massimo quella di una o due generazioni precedenti. La musica più antica non interessava, cessava di esistere e lasciava il posto a nuove sonorità, più moderne e vicine al gusto del pubblico contemporaneo.

La dimensione di musicisti e ascoltatori – almeno per quanto riguarda la Storia della Musica occidentale – è iniziata a cambiare solo nel Settecento, con l’affermarsi del concetto di “classicità” applicato alla Musica. Si inizia a pensare che un’opera abbia un valore al di là della sua funzione contingente e che possa permanere nel tempo come capolavoro artistico. 

Anche l’affermarsi dell’editoria musicale e il diffondersi delle riduzioni per canto e pianoforte hanno in seguito contribuito ad orientare il pubblico verso una fruizione di tipo diverso, in cui il teatro era anche il luogo in cui assistere a nuove interpretazioni di opere già note. Storicamente gli studiosi hanno individuato uno dei momenti cardine di questo cambiamento nella prima esecuzione moderna della Passione Secondo Matteo di J.S. Bach, diretta da Felix Mendelssohn a Berlino nel 1829.

Dopo la sua morte (Lipsia, 1750) anche la musica di Bach era stata soppiantata dalle opere dei suoi successori, proprio per il modo che si aveva allora di concepire la musica. Suo figlio lo chiamava “vecchia parrucca” e come tutti gli preferiva autori più moderni: era già considerato sorpassato.

I circoli berlinesi in cui Mendelssohn era cresciuto hanno cominciato un inarrestabile percorso che mirava alla diffusione delle opere dei tempi passati. La Musica inizia così ad essere considerata in senso storico, con una sua evoluzione e con i suoi Maestri, così come accadeva già per le arti figurative, il teatro e la letteratura. Da fine Ottocento nei programmi di concerto, accanto alle musiche nuove, iniziano ad essere inserite anche le composizioni dei grandi del passato che nel Novecento finiranno per soppiantare quasi totalmente le opere di autori contemporanei.

Oggi il concetto di “repertorio” è fondamentale e il musicista classico che si dedica unicamente alle proprie composizioni o ad un repertorio contemporaneo è considerato uno specialista. La musica Classica contemporanea circola più in ambienti “di nicchia” che non in quelli mainstream e il repertorio che il pubblico ascolta in assoluta maggioranza e interesse è innegabilmente legato ai secoli passati.


Non sembra la descrizione di quello che sta succedendo ora? La storia è fatta di corsi e ricorsi, forse è il caso di chiederci se non siamo arrivati ad un punto di svolta così radicale anche per la musica Pop e Rock. A pensarci bene, tranne meteore passeggere create ad hoc per un pubblico di giovanissimi, da una decina di anni ad oggi sono pochi sono gli artisti ancora in auge, mentre i Big sono sempre più intramontabili (ad esempio: Achille Lauro farà veramente la carriera di Vasco, per quanto ne sentiremo parlare?). Nelle piccole realtà cittadine la situazione è ancora più lampante: i concerti di giovani musicisti che eseguono musica propria sono sempre meno, il pubblico interessato è pochissimo e sempre più “di nicchia”. Mentre sono seguitissime le tribute e cover band che con i loro concerti dedicati ai “grandi classici” della musica Rock e Pop riempiono anche teatri e palazzetti.

Beatles, Queen e Pink Floyd saranno i nuovi Mozart, Bach e Beethoven?

Merito dei musicisti del passato o demerito dei musicisti del presente? Colpa del music business? Colpa della musica liquida, di Spotify e dei talent show? “It’s evoloution baby!”

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Tutti conoscono i Led Zeppelin, ma chi conosce Jake Holmes?


“I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano” diceva Picasso. Capita spesso sentir parlare di plagi, citazioni, omaggi, ispirazioni. C’è una sottile differenza che si gioca tutta sul filo di un rasoio sottilissimo.

Oggi la rubrica #disCover è in bilico su quel filo, tra una cover e una semplice ispirazione. Un posto abbastanza scomodo in cui i Led Zeppelin si sono trovati spesso: le cause di plagio a loro attribuite sono diverse e cominciano subito all’inizio della loro carriera con alcuni brani del loro primo album, il leggendario “Led Zeppelin I”.

Tra le varie dispute sui plagi in “Led Zeppelin I” (Rolling Stone li accusò di aver copiato “Black Mountain Side” da “Black Water Side” di Bert Jansch e il giro di “Your Time Is Gonna Come” dall’album dei Traffic “Dear Mr. Fantasy”) ci fu chi notò subito che “Dazed and Confused” era basata sull’omonimo brano di Jake Holmes, un poco conosciuto cantante folk.

È uno dei brani fondamentali del disco e racchiude tutta la filosofia dei Led Zeppelin. Un Rock Blues quasi Psichedelico, capace di strizzare l’occhio anche al Folk bianco delle origini. Un discorso cominciato da Yardbirds, Jimi Hendrix e Cream: portare avanti l’evoluzione del Blues in diverse direzioni attitudinali e ritmiche verso Hard Rock e Heavy Metal.

La storia di “Dazed and Confused” inizia nell’agosto 1976 proprio durante un concerto del tour americano degli Yardbirds, di cui al tempo faceva parte anche Page. Ad aprire il loro concerto al Village Theater del Greenwich Village a New York c’era Jake Holmes che suonò “Dazed and Confused”, già pubblicata nel suo album di debutto “The Above Ground Sound” nel giugno 1967.

Eravamo in scaletta con gli Yardbirds. Abbiamo suonato e abbiamo spaccato con quella canzone, è stato lì che Jimmy Page l’ha ascoltata. Da quello che ho ricostruito dagli Yardbirds, Page ha mandato qualcuno a prendere il mio album. Ha fatto un ottimo lavoro, ma sicuramente mi ha fregato.

Jake Holmes nel documentario “Lost Rockers”

Page rimase evidentemente molto colpito, ispirato, da quella canzone e ne fece subito una sua versione intitolata “I’m confused” che portò live con gli Yardbirds in diverse occasioni. Una versione che si distingue dall’originale per l’alternanza tra lunghe divagazioni strumentali e dinamiche riprese del tema principale.

Yardbirds – “I’m confused” (live in 1968)

Quando gli Yardbirds si sciolsero, nel 1968, Jimmy Page modificò ulteriormente il testo e la struttura del pezzo, lo intitolò “Dazed and Confused” e fu pubblicato nell’album di debutto dei Led Zeppelin il 12 gennaio 1969. Il brano è reso celebre dalle incursioni psichedeliche dall’assolo di chitarra suonata con l’archetto di violino, una lunga e furiosa sezione strumentale che dal vivo poteva durare anche più di mezzora.

La versione dei Led Zeppelin non è stata attribuita a Jake Holmes, in quanto Page ha ritenuto di aver modificato e stravolto a tal punto il brano da non incorrere ad accuse di plagio. Quando il disco uscì Holmes non intraprese nessuna azione legale, pare però che abbia spedito ai Led una lettera in cui diceva: «Capisco, è un tentativo di collaborazione, ma penso che dovreste almeno ammettere che sono l’autore e pagarmi i diritti».  

La lettera non ricevette risposta e la discussione finì lì, salvo riprendere a sorpresa molti anni dopo. Alla fine, Jake Holmes ha intentato causa ai Led Zeppelin e Jimmy Page nel 2010 per violazione dei diritti di copyright. La causa finì con un accordo tra i due e il caso fu archiviato il 17 gennaio 2012 e il live dei Led Zeppelin “Celebration Day” del 2012 accredita la canzone a “Jimmy Page, inspired by Jake Holmes”.

Ispirazione o plagio? Giudicate voi:

Jake Holmes – “Dazed and Confused”
Led Zeppelin – “Dazed And Confused” (live 1969)
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Because the Night: il regalo di Bruce Spingsteen a Patti Smith

Per il #disCover della settimana vado a scomodare una leggenda del Rock. Leggenda lei: Patti Smith; leggendario il pezzo: “Because the Night”. Uno dei più grandi successi della “sacerdotessa” del rock. Cantautrice, poetessa, amata e discussa, idealista e potente, Patti Smith è un vero e proprio mito che ha segnato la storia del Rock. Con la sua voce febbrile e un carisma potente ha superato generazioni fino a diventare un’icona vivente.

I suoi primi dischi hanno gettato le basi della nascente new wave, proiettati verso avanguardia, improvvisazioni jazz e con una solida base nel rock’n’roll. La storia di “Because the Night” comincia qui, dopo quel concerto del 23 gennaio 1977 in Florida dove cadde dal palco e si fratturò due vertebre. Iniziò un inferno che finì un anno dopo, il 3 marzo 1978, con l’uscita dell’album “Easter” (Pasqua, la Resurrezione), preceduto il giorno prima dall’uscita del singolo “Because the Night”.

Patti Smith – “Because the Night” (live 1978)


“Easter” è un disco che abbraccia il rock’n’roll con lo stile unico ed elegante di Patti Smith. Un disco, oggi storico, che unisce Rock e Poesia; ma i produttori volevano anche qualcosa di diverso, più radiofonico, il classico singolo con cui lanciare l’album. Fu un caso: accanto allo studio in cui registrava Patti Smith, stava registrando anche un giovane Bruce Springsteen quello che poi sarà “Darkness of the Edge of Town” (1978).

Il produttore era lo stesso: Jimmy Iovine. Springsteen aveva scritto un paio di canzoni per Patti Smith, in particolare ce n’era una di cui aveva composto la musica e mancava il testo, tranne il ritornello “Because the night belongs to lover” che il futuro “Boss” in quella demo canticchiava sussurrando. Il pezzo, narra la leggenda, non aveva posto nell’album di Springtseen, Iovine intuì subito il potenziale e consegnò la cassetta a Patti Smith.

La Smith di prima battuta si rifiutò addirittura di ascoltarlo, non voleva che qualcuno le dicesse cosa mettere in un suo disco.

Ogni giorno Jimmy mi chiamava e mi chiedeva: “Hai ascoltato la canzone” e io “Non ancora, lo farò”. E allora mi chiamava di notte. “Cosa stai facendo?” “Niente, sto scrivendo” “Hai ascoltato la canzone? Ascoltala!” “Lo farò, lo farò”.

Patti Smith

Fu proprio una notte a cambiare il destino di “Because the Night”. Una notte in cui Patti Smith aspettava una telefonata, che sembrava non arrivare mai, del suo amore allora segreto Fred Smith, il chitarrista degli MC5, che diventerà poi suo marito e padre dei suoi figli.

Bruce Springsteen – “Because the Night” (live 1978)


«Quella sera avevo un appuntamento telefonico con Fred
racconta la Smith – Mi avrebbe dovuto chiamare alle 19.30, non vedevo l’ora di ricevere le sue telefonate più di ogni altra cosa al mondo. Non c’era nulla che potesse cancellare la mia telefonata con Fred. Le 19.30 passarono, immaginavo fosse successo qualcosa dato che non aveva chiamato… Il tempo passava e io ero fuori di me. Non riuscivo a concentrarmi. Guardandomi attorno notai la cassetta, era lì. La ricordo ancora. Era una normale casetta. Ho pensato: “Ok, la ascolto”.

Ho preso il mio piccolo lettore portatile, l’ho messa dentro e ricordo che la guardavo mentre iniziava a girare, aspettando che il telefono suonasse… era in La, la mia tonalità; un inno; grande ritmo. L’ho ascoltata, me lo ricordo, in piedi da sola. Ci sono alcune cose del mio passato che non riesco a ricordare, ma questa la ricordo secondo per secondo. Stavo lì, ho scosso la testa e penso di aver detto ad alta voce: “Questa è una dannata canzone di successo“.

Fred non mi chiamò almeno fino a mezzanotte, ma a mezzanotte avevo già scritto tutto il testo. Tutto il testo. Era fatto. Di solito lavoro per mesi sul testo di una canzone, solo molto raramente le finisco in una notte. È buffo che si intitoli proprio “Because the Night”».

Have I doubt when I’m alone
Love is a ring, the telephone
Love is an angel disguised as lust
Here in our bed until the morning comes

Come on now try and understand
The way I feel under your command
Take my hand as the sun descends
They can’t touch you now
Can’t touch you now, can’t touch you now

da “Because the Night”

Una dichiarazione d’amore che sarà il suo più grande successo, di cui all’epoca sì pentì definendolo “una merda commerciale”. Forse per allontanarsi dal tritacarne mediatico del successo, per non diventare un prodotto di consumo e rischiare di trasformarsi in uno dei tanti artisti usa e getta.

Patti Smith: «Era un dilemma morale per me. Ho pensato: lui mi ha dato una canzone che diventerà molto famosa, quindi la mia prima canzone famosa sarà scritta da qualcun altro – o qualcuno che non è nella mia band. È giusto?» .

Patti Smith e Bruce Springsteen eseguirono insieme la leggendaria “Because the Night” sul palco della Rock And Roll Hall Of Fame nel 2005. Ad accompagnarli una band d’eccezione: gli U2.



“Because the Night” è l’unione di due grandi artisti: Bruce Springsteen e Patti Smith, un’unione di musica e parole. Una fusione che ha creato un successo immortale, un inno del Rock.

Springsteen ha dichiarato nel 2010: «Era una canzone d’amore e in realtà non ne stavo scrivendo in quel momento. Quella canzone è la grande canzone mancante di “Darkness On The Edge of Town”. Non avrei mai potuto finirla bene come lei. Patti era nel mezzo della sua relazione con Fred ‘Sonic’ Smith e l’ha scritta e cantata in un modo che è stato semplicemente meraviglioso».

Patti Smiht: «Questa canzone mi ha seguita. Non posso cantarla senza pensare agli anni ’70. Vedo una vita intera in una canzone. Ho incontrato Fred nel ’76. Molti dei ricordi della mia vita, le mie speranze, i miei sogni sono legati a quell’incontro e sono in qualche modo legati a questo pezzo.  È una canzone che attraversa decenni. Non è un pezzo che facevo una volta, è una canzone che sembra viva ogni volta che la canto».




Nota: i virgolettati di Patti Smith sono presi da un’intervista rilasciata a Billboard che potete leggere integralmente qui.